È noto come l’adolescenza – oggi concepita come “prolungata” o “estesa” temporalmente, ben oltre i 25 anni, estensione verificatasi tra la fine del 20° e l’inizio del 21° secolo - sia ritenuta quell'età della vita umana nella quale si presentano, impellenti e tumultuose, le “domande” sulla condizione umana, sul mondo in generale e sui possibili strumenti suscettibili di fornire le risposte adeguate. La situazione è complicata dal peculiare alone degli affetti, nell’accezione psicologica del termine, che circondano un tale interrogare e interrogarsi.
L'attuale contesto riguarda una "moratoria psicosociale" (rif. Erik Homburger Erikson, autore di Infanzia e società, 1950, e Gioventù e crisi d’identità, 1968), una fase particolare che comporta, oggi in modo ancor più evidente e drammatico rispetto al passato, un rimandare l’adultità nella propria dimensione realizzativa del Sé. Infatti, i tipici cambiamenti psico-somatici che riguardano l'adolescenza sollecitano una riorganizzazione continua di Sé e del rapporto con gli altri, in un momento memorabile nel quale la società accentua le sue richieste coattive per l'adattamento e l'omologazione (subalternità totale alle perverse logiche del “sistema” vigente organizzativo della vita) necessarie alla sua strutturale riproduzione, senza più concedere possibilità di sperimentazioni storiche ed innovazioni generazionali.
Tutto ciò accade proprio mentre è assai forte nell’adolescente, appena uscito dalla fanciullezza, il senso di un’intensa solitudine, vissuta come una ferita dell’Io, per la quale l’interessato cerca, senza trovarli, i rimedi che possano, se non guarire, per lo meno lenire la sofferenza che comporta. Si affaccia, tra l’altro, il sospetto che gli interrogativi siano destinati a restare senza risposta e, nel contempo, a ripresentarsi costantemente, giacché chiedersi “chi sono ?”, “chi voglio essere ?”, “chi sono gli altri ?”, “qual è il significato della realtà ?”, equivale a vivere o meglio a vedersi vivere, in quella sorta di riflessione sulla propria esistenza quotidiana che, da Socrate in avanti, è la dialogicità filosofica, ma senza autorevoli interlocutori “maestri” di vita.
Non è azzardato sostenere allora che l’adolescenza continua ad essere, persino oggi, in una società disorientata e confusa, troppo spesso sciatta e volgare, quale è la nostra, non soltanto “il tempo dei sogni”, ma anche quello che la configura come l’età filosofica – cioè l'età del libero esercizio della propria intelligenza, avida, onnicomprensiva ed immaginifica – per definizione ed essenza. Se poi, a misura che si entra nella maturità, il lavoro, l’amore, le responsabilità private e pubbliche occupano uno spazio tale da non lasciare luogo alle complicazioni adolescenziali dell’Io, sempre più rigettate come inutili, superflue fantasie, subentra, ciò non di meno, la nostalgia per questo singolare vissuto di “quando si era ragazzi”, una nostalgia che, negli esseri umani più sensibili e colti, è avvertita come lo struggente rimpianto per la filosofia e le voci che, nel nostro Occidente, si sono proposte e ancora si propongono negli scritti e nel magistero dei filosofi (rif. Lezioni di filosofia di Ari Derecin).
Questo prototipo problematico d'evoluzione esistenziale, oggi, pare sia entrato in crisi. Le esperienze di indipendenza, come iniziazione all'autonomia di persona, sono interdette, sono un ostacolo insormontabile che spinge ad una precoce conclusione dell'elaborazione identitaria attraverso il pensare ed il pensarsi. Alcuni giovani si autopersuadono che il “vivere” migliore sia un vivere amputato della riflessione, sia un trascorrere il tempo senza porsi certe “domande” chiudendosi dentro microcosmi affettivi che esauriscono, insieme a compulsive forme di “consumo” e di “partecipazione a ritualità consumistiche di massa”, l'universo relazionale, tra l'altro percepito e opportunamente filtrato dalla mediazione, ritenuta inevitabile, dei dispositivi connessi alla rete telematica policentrica. La sfera del virtuale è sovrapposta alla dimensione fisica, la deriva dei costumi è alimentata dall'immaginario rappresentato dai social network, dalla evanescente prossimità che essi sollecitano diuturnamente. Si notano occhi spenti, manifestazioni di “disturbo bipolare”, quei cambiamenti insoliti di umore, energia, livelli di attività, concentrazione e capacità di svolgere le attività quotidiane, dalle quali è perentoriamente esclusa ogni forma di “collaborazione”, sia domestico-familiare, sia altruistico-sociale se non nella diluita esperienza delle “amicizie” prevalentemente consolatorie, della ricerca del “simile”, dell'estetica dell'esserci evidenziata dal vestiario, da inconsulti atteggiamenti ridanciani, da rutti e peti, da forme standardizzate di eloquio povero ed irriflessivo.
Dentro queste prigionìe, ci sono adolescenti che – arrogantemente e spessissimo aprioristicamemte – evitano il confronto, la dialogicità filosofia, censurano tutto ciò che è difforme da loro e dalle loro aspettative, materialistiche e postmaterialistiche, introiettando – come parametro di condotta – la “forza” di sopraffazione verbale, quando incapaci di argomentare, o la forza fisica tout court, quando impossibilitati a sostenere le “smentite”, ignorando l'eventuale arricchimento conoscitivo che da esse discende, bensì trovando sollievo in legami tribali presumendo di doversi e potersi difendere da quegli adulti specificamente non assimilabili agli indicati parametri di “consenso” assimilativo, visti solo come pericolosi “conquistatori”.
Non avvezzi al dialogo pensano d'essere adeguati a forme complesse ed avanzate di socializzazione perché “connessi” telematicamente o perché in grado d'accoppiarsi. Forme di “impegno”, mai contemplate; semmai, sono inclini a diventare esperti di “shiavizzazione” delle figure parentali prossime sottoposte al ricatto affettivo, ben oltre lo stereotipo dei “genitori bancomat”, e, quindi, subalterne al loro egoistico volere. Sono convinti che così facendo possono urlare al mondo la loro “maturità” conseguendola più velocemente possibile, senza gli orpelli dell'educazione e dell'istruzione, dovendo far man bassa di tutto il “consumabile” che la società-market offre loro, mai avvertendo come indispensabile uno spostamento culturale nello sviluppare modi per soddisfare anche i bisogni psicologici, rinunciando ad itinerari di utile e faticosa preparazione al meglio per un futuro meno feroce. Manca in loro, in modo sempre più evidente, l'attitudine all'umiltà sincera ed alla gratitudine. Un vuoto che, a volte, pare incolmabile.
In questo senso i problemi che maggiormente devono coinvolgere la riflessione etica nel terzo decennio del XXI secolo sono quelli connessi alle nuove condizioni di vita della specie umana, che alludono decisamente all'aridità interiore, e alle responsabilità di tutte le generazione nei confronti di quelle future per addivenire ad una nuova, sana dimensione antropologica.
Marzo 2023, Prof. G. Dursi

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